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Il termine “reprocidio” è stato utilizzato per la prima volta da Loretta J. Ross per descrivere quelle pratiche di oppressione riproduttiva e sterilizzazione forzata di popolazioni indigene, nere e marginalizzate negli Stati Uniti.
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Non uno sterminio fine a se stesso, dunque, ma l’interruzione deliberata della catena della vita: il tentativo pianificato di negare la possibilità di procreare e quindi di dare un futuro a un popolo. La storia coloniale dell’Occidente è tragicamente ricca di genocidi riproduttivi e di tentativi di limitare e soggiogare le genealogie dei popoli nativi. Ma non serve andare troppo indietro nel tempo. Il 16 settembre 2025, nel rapporto dell’ONU stilato dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori occupati, si denuncia la volontà delle autorità israeliane di infliggere deliberatamente al popolo palestinese «condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica totale o parziale» e «l’imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo». Impedire l’accesso alle cure necessarie a un neonato o a una donna in stato di gravidanza distruggendo le infrastrutture sanitarie, limitare l’arrivo di cibo e beni essenziali come il latte artificiale, devastare la psicologia e le condizioni abitative di un’intera popolazione: tutto questo rientra nelle pratiche reprocidiarie. Tenendosi lontana da letture ideologiche, Ilaria Maria Dondi analizza gli eventi di questi anni: i rapporti delle associazioni internazionali indipendenti, le dichiarazioni dei politici alla Knesset o dei vertici militari israeliani. Per poter giustificare tali azioni, il nemico deve essere disumanizzato.
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