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Salento, anni Sessanta. Nella sartoria della famiglia Elia il tempo sembra non passare mai, scandito dal ritmo dell'ago e del filo, e dai divieti di un padre che detta i confini entro cui le figlie devono muoversi, convinto che il mondo, soprattutto per una donna, abbia limiti precisi da rispettare. Come vuole l'Italia di quegli anni.
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Ma crescere significa anche iniziare a desiderare qualcosa che va oltre. Tra le pareti della sartoria di famiglia prendono forma desideri diversi: Giovanna insegue la musica ribelle, Ada si rifugia nei romanzi di Jane Austen, Maria ambisce a costruire il proprio destino. E poi c'è Mimì, la più giovane, che dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, guardando i film di Fellini e Visconti, capisce che la realtà può essere descritta diversamente. Perché raccontare diventa un modo per esistere, per opporsi al silenzio e dare forma a ciò che troppo spesso resta nascosto. Mentre fuori l’Italia si infiamma, tra lotte operaie e occupazioni studentesche, dentro casa si combatte una battaglia più intima e difficile: il diritto di chiamare le cose con il loro nome, di desiderare senza vergogna, di lavorare e scegliere e vivere. E Mimì filma tutto: piccoli frammenti di vita, i gesti appena accennati, gli sguardi che dicono ciò che le parole non riescono a dire. Nessuno le ha chiesto di farlo. Ma lo fa lo stesso, perché osservare e documentare può cambiare la sua vita e quella degli altri. “Gli anni in bianco e nero” è una storia di donne, desideri e libertà che ricorda come ogni cambiamento inizi dal coraggio di guardare oltre e immaginare la propria vita a colori